Spazi della memoria

Chi utilizza regolarmente e con passione lo strumento fotocamera si sarà reso più o meno conto del suo potere. Mi riferisco a quella sensazione di distacco e contemporaneamente di partecipazione all'evento che abbiamo inquadrato con l'obbiettivo. Siamo li, con tutti i rischi che può eventualmente comportare la propria presenza fisica in certi luoghi o momenti, …

Chi utilizza regolarmente e con passione lo strumento fotocamera si sarà reso più o meno conto del suo potere. Mi riferisco a quella sensazione di distacco e contemporaneamente di partecipazione all’evento che abbiamo inquadrato con l’obbiettivo. Siamo li, con tutti i rischi che può eventualmente comportare la propria presenza fisica in certi luoghi o momenti, eppure la sensazione di pericolo viene completamente annullata dal potere della macchina fotografica. E’ come un magnetismo che impedisce al fotografo di fuggire o di guardarsi attorno se non con l’unico scopo di catturare dentro quella scatola metallica tutto quello che accade attorno. E’ grazie a questo potere che è possibile scattare immagini di situazioni talvolta estremamente tragiche o pericolose senza rimanerne sconvolti (perché non coinvolti?). Ogni anno fotografi e video operatori rimangono vittime di questo sortilegio in particolare durante il loro lavoro in zone di guerra. L’essere dietro una macchina da ripresa può quindi dare una temporanea sensazione di invulnerabilità, si può pensare di essere invisibili e intoccabili, non umani.

Questa sensazione non è presente solamente durante i momenti concitati di una manifestazione violenta o di una battaglia, ma sono presenti anche quando si fanno tranquille fotografie di paesaggio. La concentrazione e la visualizzazione del risultato atteso fermano il tempo. Il tempo è una componente fondamentale in fotografia: non mi riferisco solamente alla semplice determinazione del tempo di esposizione, ma a tutto il periodo di coinvolgimento emotivo e intellettuale necessario allo svolgimento del compito. Una fotografia è una scelta effettuata al momento dello scatto. Una scelta che dal luogo e dal flusso del tempo estrae una istantanea destinata a rappresentare un evento arbitrariamente complesso. Una propria scelta che il fotografo propone a tutta la comunità come testimonianza della partecipazione ad un evento. Partecipazione che non è e non può essere alla portata di tutti (come mai?). Chi fotografa il mondo lo fa con la responsabilità di fornire immagini in grado di informare ed emozionare tutti gli altri.

Spazio x cambio di tematica?

Quanto detto finora riguarda la fotografia durante lo svolgimento delle azioni. Ma cosa succede quando ci si trova sul luogo di eventi passati? Parliamo ovviamente di eventi eclatanti, in grado di modificare la realtà se non addirittura il corso della Storia. Luoghi nei quali la memoria del fatto accaduto è cristallizzata in forme fisiche ancora visibili e quindi fotografabili.

In questi contesti il fotografo utilizza un’altra magia della macchina fotografica : la magia del viaggio nel tempo. Lavorando inevitabilmente in solitudine, poiché la fotografia è intrinsecamente un’attività solitaria, ci si perde nel ritorno al passato. Sarà capitato a tutti di essere in viaggio con un fotografo. Ebbene: avrete notato che a un certo punto non lo trovate più, si è perso da qualche parte e in molti casi questo comporta un ritardo nelle tabelle di marcia se non addirittura la necessità di una ricerca. Dopo un po’ egli ritorna del tutto incurante del disagio provocato e spesso con una espressione soddisfatta. Cosa è successo? Ha viaggiato, da solo con la sua personale macchina del tempo. A te quando capita cosa ti succede?

E’ proprio la funzione di macchina del tempo che è stata utilizzata per questo lavoro sulla Memoria. Le cinque situazioni riprese, corrispondenti a diverse tipologie di eventi traumatici, sono fatti storici precisi. Tre dei cinque sono stati eventi istantanei seguiti a una serie di eventi minori e trascurati come il disastro del Vajont, il terremoto de l’Aquila e il disastro di Chernobyl. Gli altri due sono eventi distribuiti per un lungo periodo di tempo come l’attività dei Campi di sterminio nazisti e la guerra etnica del Kosovo. L’aspetto comune a tutti questi eventi è che hanno segnato l’ambiente in modo definitivo. Ognuno di essi merita una valutazione dell’approccio seguito per la ripresa e per la scelta delle immagini proposte; tuttavia possiamo identificare una traccia comune: spazio? Elenco a punti?

  • La prima considerazione è che non è presente nessuna figura umana riconoscibile. Questa scelta è dovuta alla necessità di proiettare il visitatore in una dimensione di solitudine e di raccoglimento nei confronti dell’evento. Non si cerca quindi la compartecipazione con le persone che a suo tempo sono state coinvolte nel disastro. Si mette il visitatore a diretto contatto con gli effetti di quel disastro come stesse viaggiando egli stesso, solo, in quei luoghi. Si vuole eliminare “l’interferenza” che potrebbe causare la visione di una persona afflitta e ferita da quello specifico evento. La visione di una immagine con ritratta una persona fa scattare infatti subito un meccanismo di solidarietà e di compartecipazione. E di identificazione; E’ come se si dicesse a quella figura io ci sono, ti vedo, non sei solo. Ma in questo modo anche chi guarda non si sente solo, si sente “visto” dagli occhi della vittima del disastro. Situazione questa che spesso mette disagio, comunica una forte emozione, ma elimina l’emozione che spesso prova la vittima del disastro stesso e cioè proprio la solitudine.
  • La seconda considerazione riguarda la scelta dei soggetti. L’alternanza di dettagli e visioni ampie simula il comportamento del nostro sguardo quando osserviamo la realtà che ci circonda. Non vediamo solo dettagli e non vediamo solo grandi spazi. La visione di immagini, di spazi aperti ci permette di identificare il luogo e l’evento, di immergerci nel suo ambiente. Ma quando visitiamo effettivamente uno spazio ci soffermiamo su piccoli dettagli che spesso restano scolpiti nella memoria e contribuiscono in maniera potente alla creazione di un ricordo complessivo.
  • La terza considerazione riguarda la scelta del bianconero. La privazione dell’impressione cromatica che normalmente utilizziamo per la vita di tutti i giorni e che non possiamo eliminare rende il soggetto in scala di grigi “estraneo” alla normale percezione. L’assenza di una cosa ovvia come il colore è come un segnale di attenzione per la nostra percezione: qui c’è qualcosa di strano, di curioso. E’ una calamita per la nostra visione, evolutasi proprio per evidenziare le variazioni e le differenze. La visione della fotografia in bianconero di un oggetto banale come ad esempio una mela non ci impedisce di capire subito che si tratta di una mela. In altre parole il colore non ci serve per identificare un oggetto. Certamente una mela può essere rossa, gialla o verde. E sono tre mele ben diverse l’una dall’altra, ma sono comunque mele. Questo per dire che attraverso il bianconero il fotografo comunica l’essenzialità di un soggetto. ( spettacolo!!!!!!!!!!!!!!) E’ vero che quel soggetto ha altre sfumature, ma non ci servono per comunicare anzi, o potrebbero addirittura distrarre o creare disturbo.

Il messaggio del bianconero è quindi un messaggio di sintesi in modo da concentrare l’attenzione sull’essenziale, senza distrazioni. L’essenziale, diceva lo scrittore de “ il Piccolo Principe” Antoine de Saint- Exupéry, è invisibile agli occhi, poiché colpisce subito il cuore e queste foto vorrebbero proprio arrivare lì dove le cose importanti sono arrivate al mio obbiettivo e qui mostrate.

Pripijat, la città fantasma

La città di Pripijat è stata evacuata in tutta fretta e con alcuni giorni di colpevole ritardo da parte delle autorità sovietiche che non avevano ben compreso l’entità del disastro. Agli abitanti fu ordinato di preparare solo l’essenziale per una assenza dalle proprie case di pochi giorni. Le cose sono andate ben diversamente e pochi giorni sono divenuti un divieto assoluto di accesso ad un’area di 30 km di raggio attorno alla centrale esplosa. Pripjiat è passata in poche ore da ambita città modello a deserta città fantasma. La quantità di materiale ancora presente nelle case e negli edifici pubblici è impressionante. Tutto testimonia una fuga precipitosa da un nemico invisibile e misterioso ma che si sapeva essere presente nell’aria. Inutili ovviamente i tentativi di bloccare la radioattività con le maschere antigas distribuite agli alunni delle scuole. Maschere presenti in abbondanza in previsione di un catastrofico scontro armato con l’Occidente. Il tappeto di inutili maschere antigas è l’emblema di una sconfitta del sistema società che non è stato in grado di offrire risposte adeguate al disastro colposo. Il tempo qui è totalmente congelato a quel lontano esperimento del 1986. Si ha l’impressione di visitare un museo che raccoglie il simbolismo del socialismo reale sovietico. Architettura, cartelloni, quadri e sculture celebrano l’uomo nuovo sovietico proiettato nel futuro. L’organizzazione della città è molto efficiente e razionale, abbondano i parchi, le strutture sportive e ricreative. Ora c’è solo la vegetazione, alterata dalle radiazioni, che si insinua negli edifici, che cancella le strade e le piazze trasformandole in bosco. La contaminazione non è uniforme ma si presenta a macchie localizzabili solamente dal trillo del contatore Geiger. Il pericolo maggiore è nei pressi di grosse masse metalliche come le giostre e la ruota panoramica. Riconoscere quei luoghi visti nei documentari dell’epoca e trovarli scheletriti dal tempo e dai rigidi inverni dell’Est. Rimanere soli per lunghi minuti tra queste mura e sapersi circondati da un nemico invisibile indebolito, ma ancora presente e di cui se ne avverte nettamente la silenziosa minaccia. Udire come unico rumore quello dei propri passi e del proprio respiro nel silenzio di tomba che regna nelle stanze e nelle vie.Tutte queste cose entrano stabilmente nell’anima di chi visita Pripjiat. Ricostruzione è il termine che più ricorre dopo un evento catastrofico proprio a ribadire la volontà dell’uomo di non arrendersi davanti alle avversità. Ma diversamente da altri luoghi colpiti da calamità naturali o da conflitti armati qui non esiste la possibilità, la prospettiva, di una ricostruzione, di un ritorno alla vita. Qui la vita umana è impossibile e lo sarà ancora per molte decine di anni sebbene apparentemente la natura sia rigogliosa, come se stesse attuando una vendetta nei confronti degli uomini. Quest’area è un buco nero sul territorio ucraino e bielorusso. Un tabù che si avverte parlando con gli abitanti di Kiev. Per loro il nostro viaggio a Chernobyl è una follia che li indispettisce. Le ferita è ancora fresca. Il tasso di tumori è molto più alto del normale. Sanno che la maledizione del reattore numero 4 non è ancora finita. E’ come se cercassero di negare che quel territorio faccia parte della loro patria. Lo vorrebbero allontanare, farlo scomparire per sempre.

Cosa ti ha portato qui, in questi luoghi… silenziosi e solitari?

I campi

Ci sono essenzialmente due modi per affrontare la visita ad Auschwitz o a Mauthausen. Per alcuni è un pellegrinaggio nei luoghi dove propri cari hanno perso la vita. Per altri è una meta turistica lungo gli itinerari di viaggio in Austria e Polonia. La maggior parte di noi ricade nel secondo caso.

Naturalmente appena varcate le soglie di questi campi l’aspetto “turistico”, inteso nel senso comune, comincia a creare qualche problema. Ci si sente fuori posto. Ci si accorge che non si può entrare in questi luoghi come se si entrasse in un normale museo. Si rende necessario una specie di “reset” del proprio umore e del proprio animo per poter capire quello che vediamo e leggiamo. Sta poi alla sensibilità individuale immaginare di riempire di umanità gli spazi vuoti di queste macchine di morte anche con l’aiuto e la guida delle fotografie dell’epoca. Ho scelto di fotografare con una macchina di medio formato. Cosa ti ha portato questa scelta? Questo richiede più tempo rispetto ad una fotocamera automatica più piccola. Tempo, l’uso del treppiede, una maggiore cura dell’inquadratura e nessun automatismo di supporto. Bisogna restare sul soggetto, guardarlo da vari punti. Nel frattempo pensi a cosa è servito. E’ lui stesso che te lo dice ed è molto difficile anche solo pensare di toccarlo. C’è un’aura repellente attorno ad alcuni “attrezzi”. Lo schermo fornito dalla fotocamera ti ripara dall’ondata di orrore ma non si può rimanere rilassati, c’è sempre una tensione sinistra. E’ a questo punto che diventa possibile avvertire i fantasmi. Perché è proprio questa la suggestione più potente che si avverte aggirandosi soli per queste stanze. Muri che hanno visto cose incredibili e che ne sono ancora saturi. L’austera ed efficiente estetica germanica al servizio di un obbiettivo folle. Ma come è possibile fotografare i fantasmi? Non direttamente, ovvio, ma attraverso la potenza evocativa di oggetti e ambienti che ti ributtano addosso l’orrore di cui sono stati testimoni e protagonisti.

Vajont

La diga del Vajont è ancora là, al suo posto tra le montagne. E’ il vero monumento a quella tragedia dell’ottobre 1963. Sembra incredibile aver costruito una simile diga a così breve distanza da un centro abitato importante come Longarone. Di solito queste opere idrauliche sono poste in zone montagnose poco o per nulla abitate. Aprire le finestre ogni mattina, guardare la diga e sapere che oltre quel muro c’è un lago di milioni di metri cubi d’acqua non deve essere stato facile. Naturalmente questa considerazione era valida prima del 9 ottobre 1963. Ora questo dubbio non esiste più. Quella notte il lago è saltato oltre la diga spinto fuori dalla caduta della gigantesca frana del monte Toc causando morte e distruzione lungo la valle del Piave. La geografia locale è cambiata due volte nel volgere di pochi anni. La stretta valle del torrente Vajont, abitata da pastori e agricoltori, è stata dapprima trasformata in un lungo lago. Erto da paese di montagna si è ritrovato suo malgrado paese rivierasco. Poco tempo dopo il lago intruso è stato scacciato dalla montagna. Ne rimane solo una piccola traccia, un innocuo laghetto, difficile da raggiungere a piedi. La valle è ora chiusa da due barriere, la diga e la frana. Sul fondo valle, sotto Erto, si sviluppa una spettacolare nebbia mattutina. L’umido fantasma del lago scomparso. Si può passeggiare dove prima c’era acqua profonda, in particolare sotto la muraglia della diga, e sulle colline lasciate dalla frana. Altri resti, un traliccio piegato, pavimenti piastrellati di abitazioni scomparse e piccole lapidi sparse nei prati sono i segni lasciati nell’ambiente. Quasi tutto è stato ricostruito. Solamente Erto e Casso sono rimasti bloccati a quel giorno è rimasto bloccato a quel giorno. I piccoli vicoli di questo paesino sono stati evacuati a forza e senza senso. Dopo la caduta della frana non c’era più pericolo. Il pericolo mortale era prima, segnalato da molte e inascoltate voci. Ora Erto sta lentamente tornando alla vita. Alcuni abitanti tornano a sistemare la vecchia casa che diviene seconda casa, per le vacanze. Altre case sono in vendita per forestieri innamorati di questa bella e tormentata valle. Altre sono in rovina, quelle di cui si è persa memoria e conoscenza dei proprietari. Il cimitero monumentale di Longarone invece che ricorda i morti della tragedia sembra quasi un cimitero di guerra, con lapidi tutte eguali e rigidi vincoli sul suo utilizzo. Non è molto amato dai sopravvissuti che lo considerano una ennesima ingerenza nella loro vita.

Kosovo

Per poter capire la situazione del Kosovo bisogna assolutamente abbandonare le categorie del giusto/sbagliato, torto/ragione, vittima/carnefice. L’etnia albanese è stata a lungo perseguitata dall’etnia serba. Il progetto della Grande Serbia che doveva trasformare in senso nazionalista la federazione Yugoslava è partito dalla negazione dell’autonomia albanese. Il progressivo allontanamento da ogni incarico pubblico degli albanesi, l’eliminazione di buona parte della classe dirigente e degli intellettuali ha notevolmente impoverito il patrimonio sociale degli albanesi. Dopo l’intervento NATO e il conseguente ritiro delle milizie e dell’esercito serbo sono iniziati i “regolamenti di conti”. Il gergo della malavita si addice alla cultura del clan chiuso tuttora molto forte in Kosovo. Un retaggio antico che la mancanza di leadership culturalmente mature non consente di correggere. Da qui alcuni “errori” come la distruzione di chiese ortodosse, la segregazione in ghetti di buona parte dell’ormai ridotta e impotente minoranza serba, il boicottaggio di buona parte dei tentativi di integrazione delle due etnie. A causa di questi errori si sta rapidamente esaurendo il patrimonio di solidarietà internazionale accumulato dagli albanesi durante gli anni di oppressione e feroci pulizie etniche. Vincitori, con l’aiuto NATO, della guerra stanno perdendo, nonostante l’aiuto ONU, la pace. Il passaggio da élite a minoranza discriminata è stato un colpo durissimo per l’etnia serba in Kosovo. Essere abituati a comandare e ritrovarsi senza i più elementari diritti, vivere in casa propria e accorgersi che ora è diventata un ambiente ostile. Il marzo 2004 è stato un chiaro messaggio da parte degli albanesi: il Kosovo è nostro e voi dovete andarvene. Chi poteva l’ha già fatto, chi resta è perché non ha altro posto dove andare. In Serbia i serbi kosovari non sono ben visti, come in Albania non sono ben visti gli albanesi kosovari. Sembra una maledizione di questa terra. Chi si è scoperto minoranza solo ora e chi è minoranza da sempre: i rom e i gorani. I primi sono stati e sono tuttora malvisti da tutte le etnie. I rom hanno sempre fatto il lavoro sporco per chi era al comando con il risultato di essere nemici di tutti. I Gorani vivono isolati in montagna, minoranza periferica. La periferia li ha tenuti relativamente al sicuro dalla fase più cruenta del conflitto come ora li tiene lontani dallo sforzo di ricostruzione. Il problema religioso si è inserito di prepotenza nel conflitto etnico tra serbi e albanesi. L’appoggio morale dato ai miliziani serbi da parte della chiesa ortodossa non è stato perdonato dagli albanesi come pure la distruzione di tante moschee attuato per serbianizzare il Kosovo. Da qui la ritorsione che ha distrutto antichissimi monasteri e chiese. Come tutti i paesi appena usciti da una guerra anche in Kosovo il problema ambientale è purtroppo molto grave. E come in tutti i paesi appena usciti da una guerra il fattore ambientale ha una priorità molto bassa nell’agenda di un governo, magari non del tutto stabile. Alcuni impianti industriali del vecchio regime yugoslavo mostrano ancora i segni dei bombardamenti NATO. Questi impianti non sono sorvegliati e la loro bonifica è ancora lontana.

L’Aquila

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, nelle vicinanze della città de L’Aquila, si verifica un terremoto con magnitudo pari a 5,9 della scala Richter e che provoca 308 morti e 1500 feriti. Questo terremoto è stato senza dubbio uno dei più “mediatici” eventi degli ultimi anni. Seguito ad uno sciame sismico lunghissimo e snervante per la popolazione abruzzese, annunciato da una previsione che tuttavia sbaglia luogo e data e alla fine con la città capoluogo dell’Abruzzo diventare, dalla sera alla mattina, sede del G8 che viene rapidamente trasferito dall’isola della Maddalena alla Caserma Coppito della Guardia di Finanza. La rilevanza internazionale dell’evento fa ben sperare per un rapido e consistente afflusso di fondi e di progetti per la ricostruzione. Questo reportage è datato settembre 2010 e dimostra da una parte la notevole opera di consolidamento che tuttavia non è stata seguita da un altrettanto efficace inizio di ricostruzione. La visita nella Zona Rossa, accompagnato dai Vigili del Fuoco e previa identificazione ai check point militari, restituisce una sensazione di sospensione, di attesa. Per molti aquilani l’accesso a questa zona è vincolato al solo edificio di proprietà e comunque sempre scortati. Di fatto si tratta di una zona militare e questo mortifica seriamente il senso di appartenenza della popolazione alla propria città. Il centro storico è di fatto inaccessibile e solo la via principale che porta alla piazza del Duomo consente una “passeggiata” che gli aquilani ostinatamente percorrono tutte le sere. Durante la mia visita, oltre al vigile del fuoco, sono accompagnato da due aquilani. Grazie alla mia presenza possono deviare dal percorso obbligato che li porterebbe solo alle proprie case. Finalmente possono aggirarsi liberamente nel proprio centro storico. Mediante un telefono cellulare raccontano in diretta la loro visita ad amici e parenti che non possono accedere alla Zona Rossa. Incontriamo altri abitanti scortati da un altro vigile, possiamo così entrare nelle loro case. Come ovunque in Italia, i nuclei storici delle nostre antiche città sono il cuore dell’attività commerciale e sociale. Privare una città italiana del suo “centro storico” è come disintegrare una struttura eliminando il suo fulcro e creando in tal modo varie entità anonime, prive di personalità e di servizi adeguati come nel caso degli edifici del Piano CASE. Questo sembra il triste destino di L’Aquila, città distrutta e ricostruita varie volte, ma che in questo caso rischia di diventare un’entità “frattale”, divisa in tanti pezzi pronti per essere divorati dalle fameliche fauci di mafie e malaffari di varia origine.

“Ringrazio Daniele Gussago per avermi permesso di conoscere relatà lontane dalle mie, ma che accomunano tragedie umane ancora oggi presenti e vive nella nostra  disumana società”

Grazie,

Simona

– Link di riferimento Daniele Gussago